In cella, stretti in pochi metri, quasi tutti poveracci

P aolo Pisu ha scritto un libro che a me pare importante ( Figli della società, carcere, devianza e conflitti sociali Cuec Editore) perché ci parla soprattutto di un tema forte, controcorrente: il carcere è uno dei parametri più importanti della civiltà di un Paese. E’ una lettura che condivido, che non nasce solo da riflessioni accademiche ma da una pratica fitta, quotidiana, densa di azioni di “buona politica” condotte da Pisu dentro e fuori le istituzioni. La sacrosanta denunzia dei mali, infatti, si collega a costruzione positiva di momenti ed esperienze di socializzazione, che a me appaiono difficili ma stupende, emotivamente forti. Sono esperienze che ho vissuto personalmente. Chi frequenta il carcere sa che ci troviamo di fronte, sempre più, a dolorose narrazioni di una umanità sofferente. L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo perché un detenuto è costretto a vivere, a Rebibbia, in soli 2,7 metri quadri. Ma quei metri quadri stanno diminuendo sempre più; e ogni cella sta diventando una gabbia soffocante. Il governo, per cultura autoritaria e popolusimo elettoralistico, svolgendo azione grave di diseducazione di massa e di organizzazione sistematica dei rancori sociali, adotta la strategia del securitarismo, anzi della bulimia carceraria. Noi, a questa ipertrofia, con un lavoro paziente, capillare, diffuso, dobbiamo saper opporre il “diritto penale minimo” come paradigma alternativo, come punto di vista diverso. Occorre cioè ribaltare una logica che ha portato alla bancarotta delle sinistre e alla loro subalternità alle logiche securitarie. Al governo contrapponiamo la necessità della certezza dei tempi del processo e della pena (il 51% dei detenuti è in attesa di giudizio); un’ampia depenalizzazione; infine è decisiva la previsione di pene diverse dal carcere. Il carcere deve essere l’ultima istanza, non l’unica. Anche perché sta diventando una struttura in cui si viene rinchiusi in base al censo e alla classe. Basta analizzare la composizione della popolazione carceraria (migranti, tossicodipendenti, “poveracci”, senza fissa dimora): la povertà è diventata una colpa da punire.

Ma poi: non vi è la previsione costituzionale sul reinserimento del reo nella società? I dati ufficiali parlano chiaro: la recidiva (il rientro in carcere per aver commesso di nuovi reati) coinvolge il 60% di chi ha scontato la pena in carcere; solo il 15% di chi ha usufruito di pene alternative. Il carcere è, quindi, incostituzionale ma anche inefficace. Esso è metafora del passaggio dallo stato sociale, che deperisce, allo stato penale globale, che vive dello “stato di eccezione” permanente. Muta anche il rapporto tra carcere e territorio: il carcere oggi inonda, come un fiume in piena, il territorio; ed il territorio ingabbia le sue contraddizioni sociali dentro le mura del penitenziario. Esso diventa struttura di controllo penale sul territorio, per reprimere comportamenti che fuoriescono dalla società disciplinare e proibizionista che il razzismo di Stato sta forgiando. L’emergenza carceraria, quindi, parla di noi, di come proiettiamo noi stessi nella società futura; ci parla di un mutamento di paradigma, nei confronti di un carcere che è diventato “discarica sociale”, altra faccia della medaglia delle precarietà delle metropoli contemporanee. Vogliamo evitare il grande “internamento” di tipo statunitense; il baricentro di ogni iniziativa democratica va posto nella “decarcerizzazione”, nella “depenalizzazione”. Per i tossicodipendenti, per i migranti (chiudendo le vergognose galere etniche, frutto avvelenato, in verità, anche della Turco-Napolitano). Ristabilendo, in tal modo, l’equilibrio virtuoso tra il penale e il sociale. Non dimentichiamo, infatti, che l’area della cosiddetta “detenzione sociale” costituisce i due terzi della popolazione carceraria. Dovremo agire, quindi, anche sulle norme: abrogando la Bossi-Fini; abrogrando la Fini-Giovanardi; ponendo mano alla cosiddetta ex Cirielli per quanto riguarda la recidiva. Occorre che il Parlamento discuta il progetto di nuovo codice penale, frutto del lavoro preparatorio della Commisione presieduta da Pisapia. Sono in esso previste sanzioni detentive non carcerarie; ma anche, e soprattutto, pene non detentive. La sicurezza è un “bene comune” da garantire; ma il securitarismo è il male oscuro, la metafora di una democrazia sempre più degradata.

Giovanni Russo Spena

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute