“District 9″: il ghetto alieno che ci assomiglia (anche troppo)

«Adoro vedere i Gamberoni morire». Una scena che potremo vedere molto presto- e che alcuni, dando fuoco a barboni, uccidendo per dei biscotti, bruciando con dei raid interi insediamenti, avranno già messo in atto-, solo con altre espressioni, tipo “zingari, negri di merda, immigrati bastardi”. Fatevi un giro sui social network, andate in autobus, oppure fermatevi in Parlamento e scoprirete come una cappa di razzismo, sempre più tollerato e fomentato, ci stia distruggendo. L’odio per il diverso, che lo sia per identità sessuale o colore della pelle, ormai è diventato un valore. Ecco perché un film come District 9 è un pugno in faccia salutare, un gioiello che diverte e fa riflettere nella migliore tradizione del cinema di genere. Prima di fare qualsiasi valutazione etica e politica, però, va detto che il film di Neill Blomkamp, prodotto da Peter Jackson (i gamberoni un po’ badtaste fanno pensare a un omaggio), è una bella opera, che con “soli” 30 milioni di dollari mette su dell’ottima fantascienza con buoni effetti speciali e una ricostruzione notevole. L’idea nasce da un corto dello stesso regista, il geniale Alive in Josburg , che nel 2005 gettava i semi di questa storia. Il resto l’hanno fatto un’ottima fotografia e uno script equilibrato e intelligente, un soggetto semplice e potente, attori sconosciuti ma con facce niente male. La storia è semplice, soprattutto perché è vera. Attenzione, ovviamente gli ultracorpi non ci hanno invaso e una mega astronave non ha solcato il Pacifico per finire a Johannesburg, sopra un bidonville in cui i suoi occupanti sono andati ad abitare (insieme ai nigeriani, integrazione dal basso). Ma se ai “Gamberoni” (l’epiteto razzista per questi extraterrestri extracomunitari bonaccioni, un po’ irascibili, scommettitori e golosi di cibo per gatti) sostituiamo la maggioranza nera sudafricana schiacciata dal potere bianco durante l’aparheid, se il Distretto 9 viene capovolto e diventa 6, tutto quello che vedete, soprusi e sgombero compresi, sono cose realmente accadute (non a caso la formula del racconto è il mockumentary). E soprattutto, stanno accadendo. Non nella riconciliata Sudafrica, in cui la razza ha lasciato alla classe il ruolo di regina del discrimine (si pensi a Tsotsi o a Carmen, passando per Jerusalema), ma, per esempio, nella nostra ormai fascistissima Italia. Quei gambe-rom cacciati a 200 km di distanza (in un campo con tende che sembrano costituire un CPT modello), con giustificativi di legge imbarazzanti, quei travet di piccoli olocausti in scala, ricordano una penisola che all’integrazione preferisce la disintegrazione. Certo, non arrivano ET dal mare che possiamo rispedire in Libia, ma si sa che la fantasia, per quanto rabbiosamente si sforzi, all’incredibile realtà si avvicina a fatica. Il segreto, come Blomkamp (e il protagonista Copley) ci insegna è trovarsi dall’altra parte, diventare uno sconfitto, guardare le magagne del sistema che esporta democrazia e poi rimane senza per se stesso. Il cinema di genere fa da sempre politica, sci-fi e horror sono un modo per riscrivere, spesso, la storia da parte dei deboli (la prima, un tempo, anche per fare propaganda: ricordate gli alieni “comunisti”?). E spesso metafora e divertimento ci schiacciano al muro più di un film di denuncia.

Boris Sollazzo

Liberazione 25/09/2009

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute