Manovalanza mafiosa e cervello politico
Temo che straordinariamente pericolosa sia la sottovalutazione delle mutilazioni quotidiane che la democrazia subisce nel nostro Paese. Questa sottovalutazione da parte del sistema politico e mediatico, che spesso considera trascurabile folclore comportamenti anticostituzionali come il quotidiano razzismo istituzionale dei ministri leghisti, ha sfibrato, estenuato la stessa coscienza democratica del Paese; provocando una colossale “rivoluzione passiva”. Un Paese che non ha una rivolta morale, una rivoluzione civica di fronte all’attacco quotidiano allo stato costituzionale, si trasforma in un territorio inerte che può essere solcato da qualsiasi avventura reazionaria.
E’ così che il potere dominante trasforma la stessa statualità oltreche il sistema di governo. Basti citare due ferite tremende, fra le tante: è normale che il presidente del Consiglio di una Repubblica nata dalla Resistenza possa impunemente e incostituzionalmente paragonare se stesso a Mussolini “grande dittatore”? E’ normale che il ministro degli Interni di un Paese che scrive, nell’art. 10 della Costituzione, un principio molto avanzato di asilo politico per i migranti e di condivisione, faccia ogni giorno apologia di razzismo ed emani nuove leggi razziali attraverso l’introduzione del reato di clandestinità, il cosiddetto “permesso a punti” ed altre simili incivili porcherie? Ed è normale, e qui siamo ad uno snodo drammatico, che ogni passaggio storico, nel nostro Paese, sia accompagnato (e, forse, provocato) da strategie della tensione, da strategie stragiste con la costante presenza di azioni di depistaggio da parte di apparati dello Stato?
Ricordo spesso: innanzitutto che il depistaggio da parte di segmenti dello Stato lo ritroviamo in tutte le stragi, da Portella della Ginestra all’uccisione di Peppino Impastato, da Piazza Fontana sino alle cosiddette stragi mafiose del ’92 e del ’93. In secondo luogo è bene ricordare quanto siano autoassolutorie per il potere le espressioni “anti Stato” e “servizi deviati”: ci troviamo, invece, non di fronte a poche “mele marce” ma a settori dello Stato che, per strategie internazionali e nazionali, sono coinvolti direttamente nelle stragi; vi sono servizi “deviati” perché vi sono poteri statuali che li utilizzano e che li inducono a “deviare”. Ora le indagini più recenti ci portano verso conclusioni agghiaccianti, che possono costituire anche un grave pericolo futuro per la convulsa e torbida fase che attraversiamo: probabilmente il tritolo, le micce, le munizioni che hanno assassinato Falcone e Borsellino hanno avuto la mafia come manovalanza ma un cervello direttamente politico; e lo stragismo mafioso, nel ’92 e nel ’93, in quella fase storica di transizione, fu indirizzato ad approfondire timori ed insicurezze di un vuoto di potere che doveva essere riempito, in modi contrattati con le mafie, dalla nascita di una nuova forza politica (Forza Italia in tutta evidenza), che fosse garante centrale dei nuovi equilibri tra mafie e potere. Stiamo dicendo che anche così è nata la Seconda Repubblica.
Noi sapevamo, potremmo dire con Pasolini. Ma ora le indagini stanno giungendo al pettine. Questo, forse, spiega anche le accelerazioni di stampo plebiscitario e presidenzialista, il tentativo di abbattere le inchieste con il “legittimo impedimento”, la legge sulle intercettazioni, ecc. che un Berlusconi sempre più arrogante (anche perché impaurito) sta imponendo. E la legge sullo “scudo fiscale”, vera e propria legge riciclaggio di denaro sporco, non è forse una cambiale pagata al patto mafia-politica? Abbiamo sempre sostenuto che la mafia non è un gruppo di terroristi, non è mero comando militare; essa è intreccio tra economia, finanza, amministrazione, stragismo (solo quando è necessario) che con il potere permanentemente contratta per ricercare gli equilibri di cui ha bisogno per accumulare i suoi capitali. Ce lo ha insegnato Pio La Torre, che per questo è stato ucciso, spesso isolato anche da parti consistenti della sinistra siciliana.
Non è un pazzo avventurista Piero Grasso quando testualmente afferma, non a caso nel giorno in cui il Consiglio Superiore della Magistratura lo conferma all’unanimità procuratore nazionale antimafia, che «nel ’93 Cosa Nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione che ebbe nelle bombe di Roma, Milano e Firenze soltanto il suo momento più drammatico». Siamo alla vigilia del 17° anniversario della strage dei Georgofili e si sta lentamente squarciando il velo della ragion di Stato che, fino ad ora, aveva protetto gli uomini degli apparati istituzionali. La strategia, ci dicono le indagini, non fu certamente solo di Cosa Nostra. Le parole del procuratore Grasso sono attente, prudenti (perché occorre attendere, ovviamente, processi ed esiti giurisdizionali), ma sono politicamente pesanti come macigni: «L’attentato al patrimonio artistico e culturale dello Stato assumeva una duplice finalità: orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista e organizzare azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad un’entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli». Non a caso, nel ’94, il boss corleonese Leoluca Bagarella tenta di costruire una sorta di Lega del Sud “Sicilia libera”. Essa subito fallisce e nascono i primi club di Forza Italia che videro, al loro interno, esponenti di Cosa Nostra. Non sta a noi dimostrare l’esistenza di una esplicita intesa criminale con responsabilità penali.
Noi abbiamo il dovere analitico di trarre le conseguenze del fatto che, dopo la fine della Dc e del Psi, per sbarrare la strada alle sinistre, poteri istituzionali, economici, mafiosi, internazionali e nazionali, favorirono il formarsi di una nuova entità politica anche sfruttando “una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico” che le stragi stesse avevano alimentato. Sono domande inquietanti per la democrazia. Ma di questo si tratta. Siamo di fronte a qualcosa di complesso ed enorme, che spiega l’attacco violento alla Costituzione antifascista, un attacco che si pone nel solco di strategie interne alle logge massoniche, alla P2, al “piano di rinascita” di Licio Gelli, che detta l’agenda politica al sommovimento reazionario. Ci rendiamo conto che queste vicende alludono alla riscrittura della storia d’Italia negli ultimi venti anni? Che lo stragismo appare come l’elemento primo non di destabilizzazione ma di stabilizzazione dell’intreccio fra economia legale ed illegale anche a livello di potere e di governo? Mentre le indagini vanno avanti (e i magistrati vengono quotidianamente intimoriti e minacciati) non sarebbe il caso che il Parlamento italiano fosse investito dalle opposizioni parlamentari perché il governo risponda al Paese?
Giovanni Russo Spena
30/5/2009
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





