Dagli immigrati lezioni di politica

Al Congresso del CII emergono straordinarie esperienze di militanza provenienti da aree colpite da conflitti.

In una giornata di retorico ripensamento sulla necessità di un ritorno ai principi anti-fascisti nella politica italiana, c’è chi il 25 Aprile la politica l’ha fatta sul serio, scegliendo una data significativa per un appuntamento ambizioso per la parte democratica del Paese: il Primo Congresso Nazionale del CII (Comitato Immigrati in Italia). In questa occasione la politica italiana si è accorta di un mondo che va oltre quello decantato o denigrato del lavoro: la realtà dell’associazionismo politicizzato dei migranti, di coloro che partecipano attivamente alla vita politica nel contesto migratorio.

Una realtà che soprattutto siede direttamente ai tavoli di trattativa e che si auto-organizza, staccandosi a partire dal 2002 dal movimento italiano antirazzista, da sempre assistenzialista e contrario al protagonismo politico diretto, per creare il CII e collegarsi al movimento francese dei sans papiers, dando vita a manifestazioni per la difesa dei diritti degli immigrati, contro la guerra e a difesa dell’art.18 dello statuto dei lavoratori. Un’ascesa che si pone in netto contrasto allo stagnante panorama politico della sinistra italiana (ad eccezione del caso Vendola in Puglia). I lavori congressuali del CII, tenutisi il 24 e 25 Aprile a Roma – due-giorni di discussioni e tavoli di lavoro sui temi caldi di diritto, immigrazione, crisi economica, sanità, lavoro e casa, che hanno coinvolto 151 delegati provenienti da undici regioni italiane – hanno lanciato spunti in questi ultimi anni senza precedenti.

Sulla corrente che si è rivelata nettamente minoritaria, che tendeva a privilegiare la riconferma della rete nazionale strutturatasi dal 2002 in forma di coordinamenti territoriali (Nord-Centro-Sud), allargata a recenti realtà di lotta e a nuove regioni, prime fra tutte la Calabria, ha nettamente prevalso la nascita di una organizzazione più strutturata, una sorta di “maturazione politica” del comitato originario, che ha inaspettatamente scelto i suoi 36 membri del consiglio nazionale tra i leaders delle realtà di movimento, rispondendo al requisito della dislocazione regionale. Al centro dell’evento la voglia di protagonismo politico e una sorprendente maturità analitica nel saper leggere la crisi in cui è sprofondata la società italiana.

E la sua classe politica, soprattutto quella di sinistra. La necessità di una riaffermazione di un soggetto auto-organizzato di lotta e di mediazione presente nei territori è una lezione di politica. Un’organizzazione che si pone già come obiettivo la rivendicazione vertenziale e lo scambio con la società civile e il corpo politico, a partire dalle forze, istituzionali e non, presenti al congresso, che non hanno purtroppo espresso segnali forti. Le problematiche trattate non hanno trovato uguale livello di consapevolezza tra gli “autoctoni”, fatta eccezione per alcune forze sindacali.

Poche pillole antidolorifiche per una marea di problemi e dolori, ricondotte principalmente alla solidarietà umanitaria, alle facili critiche alla politica razzista del Carroccio. Chi pensa di trovare tra loro solo operai, braccianti, operatori sociali, muratori e cuochi, scopre che dietro a questi lavoratori si celano lunghe esperienze di militanza, guide di movimenti di protesta studentesca, elevati livelli di sindacalizzazione, vissuti di politicizzazione in aree del sud del mondo colpite da tragici conflitti armati. Forse dovremmo chiedere loro di tenere altre lezioni di politica. 

Alessandra Caragiuli

(ricercatrice e cultore della materia in Sociologia delle relazioni etniche, facoltà di Sociologia, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, conduce studi sulle comunità straniere in Italia e in Europa e sui processi di mutamento delle pratiche culturali originarie. Ha pubblicato numerosi articoli e rapporti di ricerca in collaborazione con il Cnr; L’inkontro.info)

 

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute