«C’era qualcos’altro, come un’ombra»
Antonio Ingroia, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia presso il Tribunale di Palermo, magistrato notissimo, è stato uno degli uomini più prossimi ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia – forse, e forse non solo da quella – nelle stragi degli Anni Novanta.
Il dubbio era già emerso nelle rinnovate indagini sull’uccisione di Borsellino. Ma a diciott’anni da quei delitti, è tutto da rifare, cominciando dal primo, quello “fallito” il 21 giugno 1989, tre anni esatti prima dell’ attentatuni di Capaci.
A riaprire “il caso” è Attilio Bolzoni, che pone alcune domande “imbarazzanti”: «Perché si è cominciato a indagare con vent’anni di ritardo? Chi ha ucciso tutti i testimoni di quel tentato omicidio?»; e prefigura una «nuova verità sull’attentato a Falcone, in cui lo Stato si divise».
Abbiamo chiesto allora ad Antonio Ingroia quale sia la sua valutazione di tutta questa storia.
Cosa sta succedendo? Le indagini sugli attentati degli Anni Novanta sono tutte da rifare?
Io naturalmente non posso parlare né di indagini aperte né di attività di accertamento in corso d’opera. Posso però dire che noi non abbiamo mai smesso di lavorare su quegli omicidi, anche su quelli di Nino D’Agostino ed Emanuele Piazza, i due agenti di cui parla Bolzoni. In particolare su D’Agostino non abbiamo mai smesso di indagare per cercare di chiarire quel delitto che come ricorderà è stato particolarmente atroce, perché assieme a lui venne uccisa la giovane moglie che aspettava un bambino. Possiamo dire che oggi abbiamo nuovi input che ci consentono di essere fiduciosi sulla possibilità di avere delle indicazioni che possano trasformarsi in qualcosa di più concreto di quello che diceva Falcone quando parlava di “menti raffinatissime” dietro il fallito attentato.
Oltre a quella frase, che di per sé alzava il livello dei mandanti occulti, Falcone affermò che D’Agostino: «Forse mi ha salvato la vita». Si conferma così l’ipotesi che l’agente sia stato “punito”?
Su questo non posso dire molto, ma questa ipotesi, che D’agostino sia stato “punito”per le cose su cui stava investigando, è una delle piste su cui stiamo lavorando.
Altrimenti quell’omicidio rimane del tutto inspiegabile.
Rimane abbastanza inspiegabile anche che nessuno dei pentiti di Cosa Nostra abbia mai detto nulla in proposito. Anzi, alcuni sapevano che Cosa Nostra aveva preso le distanze da quell’omicidio e da quelli che potevano esserne gli autori, dando a intendere che la cosa potesse anche venire da un’altra parte.
Grasso parla di «mandanti esterni» e «moventi convergenti». Quali possono essere?
Evidentemente c’erano anche moventi appartenenti ad ambienti diversi da quelli di Cosa Nostra, che rappresentano una spiegazione di quelle “menti raffinatissime” di cui parlava Falcone, che certamente non erano menti mafiose, e che hanno a che fare anche con la scelta del momento, dato che quel giorno con Falcone, come è noto e risaputo, doveva esserci la collega svizzera Carla Del Ponte, con cui Falcone stava conducendo indagini molto delicate su una pista che partiva dalla Sicilia ma andava verso il nord, in Italia e in Europa.
Non le chiedo se tutto ciò ha a che fare con la famosa “trattativa”, ma Grasso dice che in certi delitti «sembra quasi che l’organizzazione mafiosa sia come un braccio armato che interpreta e si rende partecipe di interessi e di favori che trascendono quella che è la propria finalità “istituzionale”». Cosa vuol dire?
E’ chiaro che ci sono due stagioni cruciali: la stagione degli Anni Ottanta e quella degli Anni Novanta, che sono state contrassegnate da una strategia di sangue, prima con gli omicidi politici poi con le stragi, nella quale Cosa Nostra ha fatto sì “politica” a suo modo ma in cui è più che possibile che non fosse solo Cosa Nostra. E’ stato sempre questo il cruccio di tutti noi, di avere la sensazione che ci fosse come un’ombra nella ricerca della verità, di non riuscire a rischiarare tutte le zone d’ombra, di avere la netta percezione di questo “qualcos’altro” che si congiungeva e si integrava con gli interessi mafiosi, ma senza riuscire a mettere a fuoco dei nomi e dei volti. Ora bisogna non creare l’illusione che in poche settimane o in pochi mesi possa essere scoperta tutta la verità, però credo che ci siano tutti i presupposti per dire che passi avanti importanti se ne sono fatti, se ne stanno facendo e se ne faranno presto.
Gemma Contin
08/05/2010
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





