IL SERVO,

IL PUTTANA,

IL MODERATO

Ci sono tre figure della democrazia reale che hanno goduto di grande attualità in quest’ultimo periodo: il servo, il puttana, il moderato. Meritano qualche veloce osservazione, al di fuori delle righe di cronaca.

Partiamo dalla più complicata, e anche da quella di cui non si parla quasi mai, il servo. Non se ne parla, ma viviamo in un tempo in cui il servo potrebbe fungere come emblema: per tutti coloro che dall’infanzia alla morte sono impiegati in attività e lavori che non possono essere definiti schiavistici solo perché remunerati da qualche capitale con salari da fame; o per il meccanismo generalizzato di servizio per cui tutto serve a tutto, in una serie infinita di funzioni concatenate; ovvero per l’ideologia del servo, inteso come fornitore di attività servili d’ogni genere, che accetta la subordinazione ai padroni, al potere, ai media, come condizione naturale. Sfruttati, impiegati in lavori sporchi, e del tutto privi di reale potere su qualunque pezzo significativo della loro vita, questi ultimi funzionano economicamente come lavoro subordinato, spettacolarmente come propagandisti, socialmente come fabbrica del consenso. Come tutti i servi convinti del loro ruolo, sono pieni d’arroganza e d’odio con chi sta peggio e con l’ultimo venuto, visto come concorrente.

I concorrenti, certo, non mancano. Nel nostro democratico Occidente si ripropongono figure e scene che sembrano ritagliate dai secoli passati: i mendicanti, ad esempio. Abbiamo città piene di mendicanti, anche perché non sappiamo altro che fare (scarse) elemosine attraverso organismi locali o internazionali i cui impegni vengono puntualmente disattesi. Si fa beneficenza con riti demenziali, fatti di giochi, partite, maratone televisive, ospiti d’onore, pubblicità – avanti, dobbiamo raggiungere ancora la cifra, un ultimo sforzo, coraggio, è una bellissima gara …. Ovviamente, distribuendo elemosine e non giustizia si creano masse di mendicanti, le grandi città sono invase da novelli pícari, come nella Madrid o nella Toledo narrate da Quevedo e Alemán, da ladri, da puttane, da persone che cercano di arrivare a sera, pronte ai peggiori reclutamenti, o a un lavoro duro, mal pagato e per niente sicuro, dato che chi lo pratica è spesso un clandestino.

Chissà, forse anche questi o una parte di questi aspettano qualcosa e qualcuno; forse, per usare l’espressione hegeliana, aspettano una qualche forma di riconoscimento; forse non è affatto destino ineluttabile che cadano nelle mani delle narcomafie o di qualche dio terrorista e petroliere, forse domani questi pícari potranno essere imputati di altri crimini, crimini di giustizia, e magari risponderanno con una parola collettiva che il colpevole è Fuenteovejuna. Ma al momento domina solo la caccia al clandestino, al mendicante, rimbomba ovunque il reclamo prima indotto, poi ripetuto e ampliato, di sicurezza, di polizia, di esercito, di punizioni.

L’ha definito con precisione