VOI INDIFFERENTI
Una parte della colpa è da addebitare sicuramente ai media, in particolare l’informazione televisiva, che, salvo lodevoli eccezioni, non stimolano a sufficienza la riflessione sui temi fondanti della nostra società. Ma non solo….
“Tanto in Italia non cambia mai niente!”. Quante volte ho sentito queste parole?
Come in tutte le generalizzazioni semplicistiche, c’è sicuramente un fondo di verità, ma il problema è che chi afferma queste cose molto spesso è poi incapace di argomentare a sostegno della propria tesi. A ben guardare si tratta di una chiara forma di qualunquismo, cavalcato poi demagogicamente da abili manipolatori.
Molto più profondo è, ad esempio, il famoso concetto gattopardiano “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, basato sull’analisi storica e sociale della Sicilia pre-unitaria in cui l’economia era ancora di tipo feudale e fondata sul latifondo.
Supponiamo però che l’analisi del “non cambia mai nulla” sia corretta. Qual è allora la risposta? Come vivere quindi in una società del genere?
Se si fa parte di quel 10-15% che possiede l’80-85 % della ricchezza totale non solo la risposta, ma anche la domanda è del tutto inutile. Basta riguardare la scena iniziale di quel capolavoro del cinema italiano che è “Giù la testa” di Sergio Leone (per i più distratti trattasi di metafora): l’uomo che piscia se ne può fregare e non ci fa neanche caso, i problemi sono tutti delle formiche che stanno sotto e vengono inondate.
Negli ultimi trent’anni circa la risposta in realtà c’è stata, ma a mio avviso completamente insoddisfacente, non pienamente consapevole, o se vogliamo in qualche modo suggerita e favorevole al mantenimento del controllo sociale da parte delle classi dominanti. Ci si è rifugiati in un progressivo e selvaggio individualismo all’insegna dell’”ognuno pensi a se stesso e si salvi chi può”. È ovvio che in questa situazione ha buon gioco il più forte, il più ricco, il più potente. Qualcuno definisce quest’epoca l’era del cinismo, ma forse siamo di fronte ad un’ennesima confusione linguistica a cui, purtroppo, ci stiamo assuefacendo. Esiste infatti una grandissima differenza con la scuola filosofica cinica dell’Antica Grecia. I cinici intendevano la Libertà come bene supremo, tanto da non farsi schiavizzare neanche dai propri bisogni fisici e non erano sfiorati neppure da desideri di denaro, potere o gloria. Erano inoltre molto critici nei confronti dei valori tradizionali e se ne prendevano gioco pubblicamente (Cfr. L. De Crescenzo, Storia della filosofia greca. Da Socrate in poi, Milano, Mondadori, 1986, pp. 50-51).
Oggi, assistiamo a qualcosa di molto diverso: si desidera uno stile di vita da ricco o per lo meno da benestante. La vacanza esotica, l’automobile bella (meglio se un SUV), i vestiti griffati, due telefonini a testa e tutti i marchingegni elettronici possibili e immaginabili devono essere presenti nelle nostre case. Semplificando brutalmente i cinici Greci guardavano all’Essere, noi all’Avere e all’Apparire.
Eppure questo individualismo feroce contiene una debolezza enorme poiché non tiene conto di cosa sia l’umanità, non la capisce. È incredibile come in giro per il mondo venga espresso il concetto di uomo legato all’umanità. Si va dalla parola africana Ubuntu (la nota distribuzione di Linux) che significa “umanità agli altri” oppure “io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti” (http://www.ubuntu-it.org/ubuntu.shtml), alla citazione iniziale di John Donne riportata in un capolavoro della letteratura contemporanea: “Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è […] una parte della Terra. […] Ogni morte di un uomo mi diminuisce, perchè io partecipo dell’umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te” (E. Hemingway, Per chi suona la campana, Milano, Mondadori, 1969 [1a ed. 1945], p. 47). E ancora un’antico proverbio cinese recita: “Le generazioni degli uomini sono come le onde del mare. Ogni onda è se stessa, la prima non è la seconda, la seconda non è la terza. Ma tutte fanno parte della stessa acqua. Così è per l’uomo. Io, che vivo oggi, sono una parte dell’umanità, della materia del cielo e della terra”.
L’individualismo perciò va decisamente considerato negativamente andrebbe gettato nel cestino della storia. Esso porta indifferenza, apatia, incapacità di (re)agire.
E proprio sull’indifferenza vorrei soffermarmi perché è uno dei punti centrali caratterizzanti del periodo storico vissuto oggi in Italia. È diventato molto difficile andare oltre la superficie, sembra che tutto scivoli addosso e che al massimo riesca a resistere per un breve periodo per poi essere subito scordato. Pensiamo solo ad esempio all’indifferenza inaccettabile di fronte ai morti sul lavoro ma soprattutto di lavoro, che troppo spesso sono completamente dimenticati; con questi ultimi intendo i decessi di lavoratori che avvengono lentamente, magari perché sono stati esposti all’amianto, ma anche i suicidi legati alla crisi economica. O ancora come si può spiegare l’indifferenza nei confronti della morte dell’infermiera di Napoli, Mariarca Terracciano, che ha portato avanti una protesta estrema (contro il mancato pagamento degli stipendi all’ASL dove lavorava) prelevandosi 150 ml di sangue al giorno per dimostrare che si stava “giocando sulla pelle e sul sangue di tutti” (sono sue parole).
Per finire, invito a leggere, su questo blog, alcuni stralci di un articolo scritto nel 1917, da uno dei più grandi intellettuali del XX secolo, Antonio Gramsci, Impressiona la sua attualità a distanza di quasi cento anni.
Stefano Morena
Redazione Lavoro e Salute
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





