La petrolizzazione dell’acqua è cominciata

 

 

La notizia non è nuova, ma, se non erro, in Italia è stata data solo dalla Stampa di Torino e solo approssimativamente. Da qualche tempo delle navi cisterna transoceaniche stanno facendo la spola dall’Alaska all’India, puntando a trasportare 2,9 miliardi di galloni di acqua all’anno. Il più grande volume di acqua mai trasportato fin’ora via nave nel mondo.

 

Il ricco contratto [un penny a gallone] è stato stipulato tra la compagnia multinazionale texana S2C Global System Inc di San Antonio e la cittadina di Sitka, ottomila abitanti nell’isola Baranof nel sud est dell’Alaska nel cui territorio si trova l’incontaminato Blue Lake, da cui conta di ricavare 26 milioni di dollari. L’acronimo S2C sta ad indicare la mission della compagnia: «surce to consumers», portare l’acqua dalla sorgente al consumatore. In questo caso via tanker, navi grandi come petroliere specializzate e dotate di sistemi di ozonizzazione, capaci di sostenere viaggi che durano trenta giorni. Giunte nel porto di Umm Qasr in Iraq, un «water hub» provvede a stoccare e smistare l’acqua su flottiglie di navi più piccole o al packaging ad uso e consumo di ditte farmaceutiche, manifatture high tech e acqua potabile per i ricchi mercati arabi. Le destinazioni finali non sono state rese pubbliche «per ragioni di sicurezza».

 

Le autorità preposte alla conservazione delle risorse idriche [Alaska Resource Management] e gli osservatori internazionali [vedi il sito Circle of Blue] non abbiano trovato nulla da obiettare: sembra che la capacità di rigenerazione delle acque del grande lago Blue siano tali da sopportare un prelievo di queste quantità senza alterare gli ecosistemi fluviali. C’è da credergli? Il sindaco di Sitka ha dichiarato che tra la sua popolazione c’è una «little opposition» e che anzi i prelievi consentiti potrebbero arrivare fino a 9 miliardi di galloni. In tal caso i «proventi» arriverebbero a 90 milioni di dollari, più gli «utili» della S2C, che ovviamente sono noti solo ai suoi azionisti.

 

Siamo quindi già entrati nell’era della «petrolizzazione dell’acqua», come denunciava il Contratto Mondiale dell’Acqua.

 

La trasformazione di un bene comune in una merce [commodification] comporta il trasferimento del suo controllo dalla collettività al global market system. Cambiano le regole, cambia la logica. L’accesso e l’uso del bene comune non è più considerato un diritto, ma una opportunità che dipende dalla capacità economica [solvibilità] dell’individuo-consumatore. Il bene comune non è considerato una risorsa naturale a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno [«L’acqua è di chi ha sete», dicevano durante la rivolta per l’acqua in Bolivia], ma può venire «recintato», «proprietarizzato», concesso ad uso esclusivo di quei soggetti economici «gestori» che ne hanno ottenuto l’autorizzazione allo sfruttamento. Le autorità pubbliche in testa alle quali rimane la proprietà del bene comune si trasformano da gestori responsabili del bene ed erogatori diretti del servizio che se ne può trarre, ad enti parassitari compartecipi delle rendite ricavabili dallo sfruttamento massimo del bene; da amministratori della cosa pubblica ad azionisti giocatori di borsa.

Paolo Cacciari

24/05/2011

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute