La crociata: «Rilanciare il consumo di carne rossa»
Gli istituti italiani e internazionali di cura dei tumori sono concordi su di un punto: «non meno del 20% e non più del 42 % delle morti per cancro sarebbero evitabili cambiando la dieta», in altre parole, una sterzata verso il vegetarianesimo o il veganismo, escludendo dall’alimentazione i prodotti di origine animale, soprattutto le carni rosse, porterebbe una riduzione significativa di questo tipo di patologie.
Questi dati sono ormai disponibili a tutti i livelli, dal Wci (World Cancer Institute) all’Istituto dei Tumori di Milano, dalle ricerche dell’oncologo Franco Berrino, senza dimenticare Veronesi che di questa proposta ne ha fatto quasi una ragione di vita. Non si tratta certo di fondamentalisti della difesa degli animali, o di avanguardie del vegetarismo etico, ma di suggerimenti e indicazioni da parte di chi opera tutti i giorni professionalmente per cercare di curare e salvare esseri umani, nati da studi clinici che ne hanno dimostrato la validità per prevenire il cancro al seno e al colon.
Di questo però non si parla. Tutti coloro che guadagnano sulla filiera agrozootecnica, le multinazionali del farmaco e dei pesticidi, le potentissime lobbies dei macellatori fanno quadrato per imporre la sordina a stampa radio e tv.
Con i soldi della pubblicità, indispensabili per i media stampati e radiotelevisivi, impongono che tali notizie siano relegate al margine, e rimangano poco in scaletta, fornite in modo poco attraente.
Se l’informazione proviene da enti internazionali come la Fao o l’Onu, che da anni ormai lanciano l’allarme sui rischi dell’eccessivo consumo di derivati animali, ci si affretta a predisporre un servizio di “spiegazione” ad opera dei soliti esperti ben remunerati, per spiegare ai consumatori che un consumo normale non è affatto pericoloso e che tutti possono tranquillamente continuare le loro abitudini, mangiando carne e prodotti di origine animale, che anzi sono proteici e quindi indispensabili alla salute umana. Perché senza pubblicità i mezzi di comunicazione non riuscirebbero a sopravvivere, anche per i compensi multimilionari in euro che erogano.
Perché cambiare dieta e stile di vita, riducendo i consumi quando si può comunque, all’occorrenza, ricorrere ai farmaci antitumorali il cui costo, elevatissimo in milioni di lire, fa “bene” alle multinazionali del farmaco?
Ecco perché non stupisce che Renzo Fossato, confermato per acclamazione alla presidenza dell’Uniceb, l’associazione degli importatori di bestiame e di carni bovine, oltre alla solita litania di lamentele relative alle difficoltà del settore, che forse qualche milione di euro in meno lo ha guadagnato – ma certo non ha indagato sulla possibile e fisiologica evasione fiscale all’italiana – abbia annunciato l’impegno dell’Unione europea per promuovere ogni azione per rilanciare il consumo di carni rosse.
Come dire, nella più benevola delle ipotesi, che i burocrati europei non conoscono le ricerche dei medici oncologi oppure che i denari delle lobbies aiutano a leggere solo i bilanci della filiera zootecnica piuttosto che i report medici.
Approfittando dell’occasione, l’assemblea non si è fatta mancare la possibilità di contraddire gli studi ambientalisti sulle ricadute negative dell’allevamento bovino, responsabile, è bene ricordalo, dell’effetto serra più di tutti i trasporti mondiali.
Nessuna paura, il professore di turno, Samuele Trestini, ricercatore della facoltà di Agraria dell’Università di Padova, ha fatto chiarezza, la sua certamente, «in un campo che vede l’allevamento del bestiame sotto accusa in modo sovente ingiustificato».
Questo è lo stato dell’arte: una società che continua a viaggiare su due binari, che non si incrociano. Le cause dei problemi sono note e le soluzioni possibili ma per il bene dell’economia si preferisce sacrificare la salute.
Enrico Moriconi
13/05/2010
pagina Liberazione/animale
Il veterinario E. Moriconi
è della redazione di Lavoro e Salute
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





