Il lavoro che uccide

Nella Giornata mondiale contro gli incidenti nei luoghi di impiego, dalle statistiche viene fuori un bollettino di guerra: nel nostro Paese le vittime sono in media 1.500 ogni anno. Circa 400mila gli infortuni.

In Italia e nel mondo si continua a morire di lavoro. Sergio Capitani, Ilario Moro Merella, Leone Gringeri, Giovanni Pugliesi sono solo gli ultimi di una lunga serie di nomi che ogni anno aggiornano la macabra statistica delle vittime. Morti bianche che sono state ricordate ieri in tutto il mondo per la Giornata internazionale contro gli incidenti nei luoghi di lavoro promossa dall’Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) indetta a partire dal 2003. Solo in Italia nel primo semestre del 2009 (secondo i dati più aggiornati offerti dall’Inail) sono morte 490 persone, ogni anno in media sono circa 1.500 le vittime, in media più di tre al giorno. Un bollettino anche peggiore di quello della seconda guerra del Golfo anche se qui non sono le bombe a fare rumore e a provocare danni, ma l’incuria, la sottovalutazione e spesso la colpevole complicità dei datori di lavoro.

Quelli che per risparmiare sulle spese per la messa in sicurezza mettono a rischio la vita dei propri operai. Sempre nel 2009 sono stati 397.980 gli infortunati, l’85 per cento dei quali si è assentato dal lavoro almeno un giorno in seguito all’incidente e nel 29 per cento dei casi il congedo ha comportato un’assenza di almeno un mese. Un guerra a bassa intensità che pesa sull’economia mondiale per circa il 5 per cento del prodotto interno globale. L’ultima vittima italiana in ordine di tempo è rimasta schiacciato sotto una ruspa in un cantiere sardo.

Aveva sessant’anni e non era nemmeno assicurato. Ma già mentre scriviamo la lista si sta aggiornando. In tutto il mondo, secondo i dati delle Nazioni Unite, c’è un morto ogni quindici secondi, 6.500 ogni anno. Centottanta milioni sono quelli che si ammalano per patologie professionali. Nell’evoluto Vecchio continente ogni tre minuti e mezzo qualcuno muore a causa del lavoro, 5.720 ogni anno. Il 3,2 per cento dei lavoratori (7 milioni di persone) ha subìto almeno un infortunio, mentre l’8,6 ha dichiarato di soffrire di un qualche disturbo della salute, non necessariamente riconosciuto come malattia professionale. I più colpiti sono i giovani sotto i 25 anni e le professioni più a rischio sono ovviamente quelle manuali (65 per cento uomini, 52 per cento per le donne).

Più della metà delle vittime sono agricoltori, impiegati nel settore edile, stranieri. Il 50 per cento muore in itinere, nel viaggio che da casa porta al lavoro. Il tutto a oltre vent’anni dalla direttiva quadro comunitaria sulla sicurezza che risale al 1989. Per quanto riguarda l’Italia, dopo l’accelerazione avuta nel 2007 si aspetta ancora l’approvazione dei decreti attuativi del Testo unico per la sicurezza, il cui cammino si è improvvisamente arre stato con il rinvio al 2011 stabilito dal decreto Milleproroghe approvato quest’anno. Un testo tra l’altro profondamente depotenziato rispetto alla versione originaria; vanificate alcune conquiste importanti come l’inasprimento delle sanzioni alle aziende che non rispettano le norme o la determinazione della giornata nazionale per l’elezione dei rappresentanti territoriali per la sicurezza, che tuttora è rimasta sulla carta.

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute