Con le sole armi della democrazia

 

Secondo i più classici canoni del rovesciamento dialettico o, per meglio dire, del capovolgimento diametrale della realtà, Giuliano Ferrara generosamente disvela, a beneficio della nostra salute mentale, quali pericoli e da chi portati, corra la nostra democrazia. Il pericolo – secondo il mattatore de Il Foglio – è quello di un colpo di Stato, ordito dai campioni dell’«antidemocrazia puritana», sconfitti dalle urne, incapaci di riconquistare democraticamente il consenso perduto, e buttatisi, per disperazione e perciò senza esclusione di colpi bassi, nella«persecuzione politica» di Berlusconi, messo alla gogna da una magistratura che pratica il terrorismo giudiziario.

L’occasione di questa entrata in gioco pericoloso, a gamba tesa, è stata fornita a Ferrara da un articolo di Alberto Asor Rosa che su il manifesto ha denunciato senza perifrasi lo stato comatoso della democrazia italiana, giunta ormai ad un punto di involuzione e di degrado tale da esporla ad esiti catastrofici ed irreversibili. Preoccupazione sacrosanta, salvo che Asor Rosa, nel ritenere indispensabile una prova di forza a difesa «dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano», invoca l’instaurazione di uno «stato di emergenza», che si avvalga «più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato». Per fare cosa? «Per congelare le Camere, sospendere tutte le immunità parlamentari, restituire alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilire d’autorità nuove regole elettorali, risolvere per sempre il conflitto di interesse» e così via. Insomma, una sorta di rivoluzione dall’alto, una specie di gollismo progressivo, che dovrebbe riuscire là dove la mobilitazione democratica di massa ha fallito, surrogando la lotta di classe che ristagna e l’opposizione politica che non sa andare oltre qualche flebile e sterile belato.

Ora, è del tutto evidente che non è nemmeno immaginabile una palingenesi democratica agita autoritariamente dagli apparati dello Stato. Se ne rende conto anche Asor Rosa, che in un breve commeto su il manifesto di ieri corregge il tiro, affermando che «sui mezzi si può discutere», ma che indifferibile è l’urgenza di intervenire, prima che il collasso della democrazia renda inutile l’esercizio di dolersene, quando si fossero lasciati i buoi scappare dalla stalla. Solo che i mezzi – la sinistra lo ha imparato a proprie spese – sono sostanza. E i fini che si perseguono altro non sono che «l’unità sintetica dei mezzi impiegati», soprattutto in Occidente, e in Italia più che altrove, dove non si è mai dato intervento dall’alto che non recasse i segni inequivocabili della reazione, quando non addirittura del fascismo.

In sostanza, per quanto la situazione paia senza sbocco, non esistono scorciatoie, non esistono supplenze catartiche alle nostre impotenze. E’ proprio “dal basso” che va tenacemente, pazientemente costruita la trama della lotta politica, dura, tenace, dove la rivolta, le rivolte, assumano sempre più i tratti di una contestazione radicale, di assedio dei palazzi del potere, contaminati dalla corruzione e dalla pratica quotidiana di un molecolare golpismo anticostituzionale che stende ovunque i suoi tentacoli, dalla manomissione del diritto del lavoro alla demolizione dell’intera architettura istituzionale repubblicana.

Ovviamente Ferrara sa bene tutto questo. Egli sa che la costituzione materiale del Paese, dopo anni di ideologia berlusconiana penetrata nelle viscere (e nei neuroni) di parte estesa del popolo italiano, è già molto, molto lontana dai principi ispiratori e dai precetti della Carta. Ma, c’è un ma. I sintomi di un risveglio delle coscienze – scosse da una crisi che mette in discussione la materialità della vita reale, la dignità di tante persone – ci sono e si manifestano con sempre maggiore evidenza e consapevolezza di sé, ricercando e trovando connessioni fino a poco tempo fa impensabili.

Ebbene, il mentore e cantore delle gesta del premier teme il carattere di questa sollevazione, avverte che si sta facendo strada una ripulsa, un rigetto, variamente connotati, ma pur sempre un rigetto del regime dispotico, cripto-totalitario in cui viviamo. E mischia le carte, tentando il gioco di prestigio di trasformare i carnefici in vittime e viceversa, mostrando al pubblico la sua ampolla di antrace, evocando fantasmi per nascondere la natura e i protagonisti dell’attentato alle libertà democratiche in pieno svolgimento. Sta a noi smontare il gioco fraudolento. Con le sole armi della democrazia.

 

Dino Greco

15/04/2011

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute