L’AIDS dagli anni 80 a oggi, tra paura, rimozione e pregiudizio

Histoire du Sida. S per sindrome, I e D per immunodeficienza A per acquisita. L’intera bastarda esistenza trentennale dell’AIDS (sigla italiana innaturalmente mutuata dall’inglese, chissà perché?) raccontata per immagini dal regista aquilano Andrea Adriatico e dal giornalista Giulio Maria Corbelli con il documentario + o – il sesso confuso. Racconti di mondi nell’era dell’Aids . Già dal titolo, lungo, difficile è la sintesi, molti i sottotemi da toccare. Intanto, la distribuzione alternativa in sala: il 7 al Lumiere di Bologna, il 17 aprile al Santa Lucia di Lecce, il 29 al San Biagio di Cesena, l’11 maggio alla Sala Truffaut di Modena, il 13 al Boldini di Ferrara. E già questo è un minimo successo di visibilità. Poi c’è il documentario in sé. Opera dialetticamente a fisarmonica, aperta con un continuato schermo blu cobalto, omaggio ai settantasei minuti di Blue di Derek Jarman (che di Aids morì nel ’93 vivendo gli ultimi anni in cecità), + o – il sesso confuso è un compendio storico, sanitario, politico ed umano, rispetto alla paura della malattia, della morte, del contagio dell’AIDS in Italia dai primi anni ’80 ad oggi. Un rimpallo tra scenari locali Bologna-Roma, con poltrone bianche piazzate in mezzo a contesti scenici non direttamente collegabili alle persone intervistate che vi si siedono sopra (il mercato rionale alle spalle del neoconsigliere regionale Franco Grillini è forse quello più osé), messa in scena morbida e defatigante per ragionamenti e ricordi di infettivologi, malati, ricercatori scientifici che, invece, scavano nella memoria e nelle coscienze, obbligano al posizionamento etico dello spettatore. Se c’eri, non potevi dormire. E ancor meno puoi permettertelo oggi. «L’AIDS è la malattia rimossa, non la malattia curata – afferma Adriatico – e sarebbe sbagliato pensare che il problema non ci riguardi più. Di recente a Modena sono stati registrati in un solo mese diciotto casi di Hiv tra ragazzi sotto i vent’anni. In Italia si è riacceso un sensibile focolaio di sifilide: è logico pensare che molte persone non fanno sesso con il preservativo». + o – il sesso confuso va così proprio a ricordarci come l’AIDS sia esploso nel momento in cui le utopie anni ’70 sulla liberazione sessuale stavano tramontando: «una coincidenza temporale affascinante che nella mia memoria associo alla sparizione delle zuccheriere nei bar e all’arrivo delle bustine monodose, della plastica, qualcosa che, sostanzialmente, ci ha cominciato a separare l’uno dall’altro. L’arrivo dell’AIDS sul pianeta coincide con l’avvento di un certo modo di ragionare con sospetto verso l’altro: la società contro, l’escludere, la diversità. Argomenti che nell’era pre-AIDS non esistevano. Basti pensare al paradosso linguistico che racconto in + o – il sesso confuso : qualcuno oggi deve perfino rinominare la parola sesso e chiamarla “bareback”, il sesso senza profilattico, che poi è il sesso naturale prima dell’AIDS. Un assurdo bisogno di ridefinire i nomi, una modifica violentissima del tessuto culturale: dietro la pandemia sanitaria è stato travolto l’ambito delle relazioni sociali”. Una mutazione antropologica che in + o – il sesso confuso prende forma attraverso una scansione temporale in decenni (’70, ’80, ’90, ’00), scelta esemplare che ci fa planare da un’idea positiva, espansa, solidale di comunità ad un oggi drasticamente declinato sull’individualismo spinto. Fa spavento ascoltare le nuove generazioni, come i diciottenni-ventenni di un blasonato liceo classico di Bologna che distinguono tra omosessuali “che un po’ se la sono cercata, quindi ce l’ho un po’ più con loro” e africani eterosessuali comunque malati o ragazzi che di fronte a partner malati si ritraggono dall’ipotetico contatto come davanti alla peste: “ragazzi che sembravano essere usciti da un opuscolo informativo da tanto erano dettagliati nei particolari scientifici della prevenzione, ma che non comprendono minimamente la dimensione sociale della malattia. Dicono cose tremende perché dietro loro c’è una generazione di persone che gli ha spiegato in maniera dettagliata i veicoli di trasmissione della malattia, ma che non si è per niente soffermata sulla dimensione culturale di un fenomeno del genere». Nulla pare essere cambiato dal trattamento che veniva riservato all’AIDS nel 1989, in quella ipocrita pubblicità progresso con sagome contagiate cerchiate di fucsia fluorescente, che Adriatico e Corbelli fanno riaffiorare nel remix musicale dal ritornello “ah-ah-ah-ah” nei primi minuti a schermo blu.

Davide Turrini

07/04/2010

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fonte: blog.libero.it/lavoroesalute