Si scrive “no fly zone”, si legge “guerra”
E’ preoccupante, più che rassicurante, il voto favorevole alla “no fly zone” sulla Libia espresso dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Apparentemente serve ad impedire che Gheddafi sfoghi la sua ira contro i ribelli della Cirenaica: invece è il primo passo che la comunità internazionale fa per intraprendere un conflitto armato contro l’esercito del sanguinario colonnello e impedirgli di riprendere il controllo di un paese ricco di petrolio che sarebbe, se vincesse il raìs, eliminato dalle liste commerciali e finanziarie di numerose nazioni.
Un’altra guerra per il petrolio, dunque? Non solo. Le motivazioni strettamente politiche interessano sicuramente la necessità di evitare che la rabbia di Gheddafi si scateni su centinaia di migliaia di civili che ancora hanno in loro potere Bengasi, Tobruk e le città cirenaiche, e non possiamo nasconderci il fatto che, a differenza della Tunisia e dell’Egitto (e persino del Bharein in questi ultimi giorni), la rivolta libica fatica a mettere radici e le milizie governative avanzano grazie alle stragi fatte dall’aviazione che colpisce indiscriminatamente.
Ma si può fermare una guerra civile, perché è di questo che si tratta, con un intervento armato? Il ministro La Russa ha dichiarato che l’Italia avrebbe preferito un atteggiamento di mediazione tra le parti in causa in Libia, ma che sarà rispettato il voto dell’ONU e che le basi in Sicilia sono pronte a supportare le operazioni militari che si dirigeranno contro Tripoli.
Ormai il giochetto è alla portata di comprensione di chiunque: prendi un tiranno, che realmente è tale e che magari hai contribuito nel tempo a foraggiare di denaro e armi, alza il grido di dolore per la libertà e la democrazia e scalda i motori delle portaerei e degli aerei.
Il resto è storia, purtroppo, già vista in Serbia, in Afghanistan, in Iraq e anche dalle parti della Somalia…
L’imperialismo sa bene come accontentare i bisogni dei grandi capitalisti, dei petroldollari e di tutti coloro che se ne infischiano beatamente dei diritti del popolo libico e pensano solo a sfruttare questa sacrosanta voglia di libertà come base di nuovo arricchimento e di nuovo colonialismo.
Gheddafi non ha nessun alibi. Questo deve essere ben chiaro. Ci troviamo davanti ad una persona spietata, che ha massacrato fino ad oggi i migranti che venivano respinti dal nostro “civilissimo” Paese e che venivano magari anche uccisi più a sud, in pieno Sahara, mentre tentavano di passare la frontiera e imbarcarsi su quelle rovinose carovane che traboccano di gente disperata, esausta di sopravvivere, assolata e disidratata, ridotta a povere carogne in pasto alle prede volatili e rettili.
La storia di Gheddafi è nota e non è un segreto che detenga conti correnti milionari in dollari e altre valute in molte parti del mondo. Un satrapo come ce ne sono ancora tanti nella grande “nazione araba” che arriva sino ai confini dell’Indo dove si fermò la truppa del grande Alessandro.
Così, ancora una volta, la bugia della retorica democratica ed egualitaria si sostiuirà alla verità delle sofferenze di ieri, di oggi e di domani del popolo libico: sotto gli aerei del colonnello fino ad ora, domani forse sotto quelli della Nato o magari semplicemente degli anglo-francesi che sembrano così impazienti di intervenire a difesa di Bengasi.
Le cinque astensioni al Consiglio di Sicurezza sull’istituzione della “no fly zone” hanno un peso rilevante: ci dicono che la Cina, la Russia, il Brasile, India e Germania hanno mantenuto un profilo di distacco, forse anche di critica rispetto al decisionismo degli altri dieci paesi membri dell’organo supremo del Palazzo di Vetro.
Che questo significhi la formazione di un asse trasversale dirimpettaio a quello interventista è ancora da dimostrare. Di certo la premura di Parigi e Londra (e anche degli Emirati Arabi Uniti) segnala invece che dall’altro lato esiste un gruppo di coalizione che ha in mente un progetto ben preciso, una linea di condotta che fuoriesce dai confini del mandato della “no fly zone” ma che, ufficialmente, non si può chiamare “intervento armato”, ma semmai “rispetto” dell’ingaggio dato dall’ONU ai “vigilantes” della povera popolazione libica.
Per ultima, arriva anche una rassicurazione non chiesta da nessuna cancelleria o giornale o televisione: “Non ci sarà nessuna occupazione militare”, sostengono dall’ONU. Ma non si trattava di impedire solamente agli aerei di Gheddafi di andare a far strage di gente a Bengasi e dintorni…? Come si dice… excusatio non petita…
Marco Sferini
18/03/2011
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





