Vi scrivo da…Gety, durante una vaccinazione contro il morbillo nel Congo

Gety è una cittadina di una decina di migliaia di capanne, sperduta in mezzo alle colline verdi e rigogliose. Poco più a ovest c’è il Lago Albert. Tutto intorno i gruppi armati e l’esercito si danno la caccia.

Siamo arrivati due settimane fa e mi sembra ieri. Stanotte è piovuto e la temperatura è fresca, mi metto la giacca a vento sulla maglietta MSF e fumo la prima dopo il caffè (che non è caffè). Ci siamo alzati più presto del solito, oggi è il D- day. Vacciniamo il villaggio di Sokè.

Due settimane di preparativi, l’arrivo dei Kit per vaccinazione (qualcosa come 15 scatoloni di presidi sanitari per mantenere la catena del freddo…tutto calcolato per vaccinare 10.000 bambini) una riunione ieri sera per verificare che tutto fosse a posto e poi l’attesa della ‘luce verde’ stamattina. Siamo nervosi, ognuno di noi ha un compito ben definito che non ha mai affrontato prima. Antony abbassa il ricevitore del telefono satellitare e fa un cenno: è tutto OK, potete andare. Lui rimarrà alla base.

Partiamo in convoglio. Due auto con il personale e i vaccini chiusi nelle grandi borse blu del ghiaccio. A me il compito di gestire la catena del freddo. I vaccini per il morbillo non richiedono temperature fisse: è sufficiente un range tra i +2C° e +8C° ma se non calcoli bene la quantità di ghiaccio rischi di non avere abbastanza ricambio per tutta la giornata. Ho fatto e rifatto i conti per giorni. Andrà bene. Fumo una sigaretta (posso farlo perché questa volta sono seduto davanti…). Un’ora di viaggio su una bella strada di terra rossa piena di buche tra le colline verdi e arriviamo a Sokè. Il sole è già alto e promette una bella giornata. I logisti hanno costruito un circuito spettacolare. Migliaia di mamme e bambini sono già in attesa agli ingressi del campo di vaccinazione. Aspettano pazienti l’arrivo dei ‘musungu’ che hanno deciso di vaccinare i loro figli. Sono vestite a festa. Un carnevale di colori.

Prendiamo posizione, le equipe sono pronte ai tavoli, i ‘pointeurs’ seduti sulle sedie con i fogli in mano. In fondo a ogni linea 3 persone per il MUAC e dietro di loro la tenda Nutrizione dove il Dr.Cathy si prepara a visitare i bambini malnutriti.

Apro le borse e preparo il tutto. Pronti, si comincia. Qualche minuto di silenzio e poi il primo strillo, subito seguito da un altro e un altro ancora, 5-6 vaccinazioni a minuto per equipe per 4-5 ore di lavoro. I piccoli sfilano sotto le grinfie dei vaccinatori al ritmo da catena di montaggio FIAT. Sta funzionando tutto bene, tutto secondo i calcoli. Guardo Adrien, è gioioso. Corre a destra e sinistra a consolare i bambini, li prende per mano e li accompagna all’uscita. Corinne anche è contenta, sorride. Siamo stati bravi.

Dopo un paio d’ore mi sento già un esperto e mi concedo un’uscita sul circuito. Mi avvicino al team 3 e osservo i bambini sfilare. Bambini soli, perché molti di loro non sono accompagnati dai genitori. Alcuni (bambine) non hanno più di 6-7 anni e portano in braccio il fratellino. Si avvicinano seri al vaccinatore stringendo la fiche tra le dita. Si vede benissimo che hanno paura ma, procedono seri e coraggiosi. Aspettano il turno con le schiene dritte e il mento alto, pronti a scoprire il deltoide sinistro. Hanno già capito che preferiamo pungerli da quella parte. Le sorelle più grandi coi fratellini, già mature e responsabili. Così giovani. Non resisto e mi unisco al team. Indosso i guanti e prendo la prima siringa in mano. Guardo uno di questi stoici bambini e lo chiamo con un gesto, lui si avvicina senza staccare gli occhi dalla siringa. Scopre svelto la spalla sinistra e stringe i denti. Lo vaccino veloce e mentre inietto il vaccino lo sbircio…quell’intruglio chimico deve bruciare da matti. Infatti mima una serie di smorfie ma, senza una lacrima e senza un lamento; ecco, ho finito. Gli do una pacca sul sedere e lo spedisco via. Mentre se ne va, si volta e mi saluta con un sorriso; non è servito il francese per capirci!

A metà pomeriggio la folla comincia a sfoltire, abbiamo terminato il primo giorno di vaccinazione. È andato tutto bene. Siamo fieri di noi, ci congratuliamo a vicenda. Distanti, gli ombrelli delle mamme che ritornano a casa fanno un bel carosello di colori. Penso: questa è MSF… Né missionari né eroi. Semplici professionisti contenti se vedono un lavoro ben fatto.

Non facciamo altro che il nostro lavoro, in fondo, nel posto dove ci piace farlo. Specialisti che esercitano la loro professione nei luoghi dove esserci fa la differenza tra il vivere e il morire più di quanto lo faccia in qualunque altra parte del mondo.

Alessandro

www.medicisenzafrontiere.it

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute