Lavoro e famiglia, Cgil firma il testo Sacconi
Anche Sacconi ha avuto il suo 8 marzo. Più che altro il regalo, il ministro, se l’è fatto, in anticipo. E glielo ha consentito la sigla dei sindacati confederali, Cgil compresa, in calce al nuovo testo sulle “Azioni a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro”, con la preintesa varata lunedì 7. Il titolo già parla abbastanza chiaro. Il ministro, poi, ha chiarito ulteriormente: «Un passo in avanti nel sistema di relazioni industriali, che assume la famiglia come un valore».
La Cgil, in verità, s’è affrettata a precisare d’aver apposto una firma “con riserva”: e d’altronde si è trattato d’una preintesa, che introduce ad un tavolo “tecnico” della durata di 90 giorni e poi ad un anno di «sperimentazioni». Ma appunto, tant’è: anche la Cgil ha firmato. Rivendicando ieri per bocca di Serena Sorrentino che si sarebbero così sanciti «significativi passi indietro del ministro» rispetto alle formulazioni iniziali; e che questo sarebbe stato ottenuto, addirittura, dal «lavoro delle parti sociali», ossia dalla cooperazione tra sindacato e Confindustria. Sorrentino spiega che ciò sarebbe attestato adesso dall’assenza di elementi introdotti in prima bozza da Sacconi come la sostituibilità semplice di lavoro a tempo indeterminato in lavoro intermittente, o come i vaucher aziendali al posto dei nidi. Il risultato che si vede dal testo siglato lunedì dice che ora ci sono gli uni (il piano nidi – aziendali e interaziendali – è rinnovato per il 2011) e gli altri: e che per i primi tre anni di vita del bimbo o della bimba i congedi sono «rimodulabili» in orario, il che poi significa passaggio al part-time. Certamente, c’è l’acquisizione del riconoscimento della garanzia del reintegro nelle mansioni e nella qualifica della lavoratrice che rientri dalla maternità. Ma di cose, in verità, nel nuovo testo ce ne sono parecche e difficilmente distinguibili dal generale disegno sacconiano di riformulazione delle relazioni industriali, di promozione della contrattazione di secondo livello come vieppiù centrale e di progressiva integrazione del welfare, inteso come workfare, nelle competenze d’impresa.
Il ministro, dal canto suo, rivendica ora l’introduzione dell’intesa in divenire sulla conciliazione dentro le valenze della «legge con cui si abbatte il costo del lavoro e il prelievo fiscale sul salario, che si applica quando si realizzano accordi per la maggiore efficienza e la maggiore produttivit». Ed è non per caso Giorgio Santini della Cisl a dire, in particolare, che «si va nella giusta direzione di rendere compatibili i tempi di lavoro con i tempi di cura e della famiglia». Per la Cgil ancora Sorrentino vanta che sia stato ottenuto «l’investimento nel rafforzamento dei servizi pubblici sia di conciliazione dei tempi di vita/lavoro che riferiti ai tempi delle città» e l’assenza di «incentivazione al ricorso al precariato». E però soprattutto rivendica «il rimando alla contrattazione collettiva e di secondo livello» e il fatto che nel testo «si afferma l’esigenza di salvaguardare la relazione tra esigenze di produttività ed esigenza delle persone». Anche se sempre lei, per la maggiore confederazione – che così, in vista (lontana) dello sciopero generale (di 4 ore) pur proclamato per il 6 maggio, torna al tavolo del “patto sociale” – , è comunque costretta a lamentare il «mancato recepimento del ripristino della legge 188 contro le dimissioni in bianco»: che poi era la rivendicazione principale delle mobilitazioni di ieri, 8 marzo, della Cgil.
A voler stare al testo, pubblicato ieri dallo stesso ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del governo Berlusconi, anche su quanto sindacalmente rivendicato qualche approfondimento sembrerebbe occorra farlo. Ad esempio, in un passaggio centrale dell’intesa siglata, nel quale «le parti», è scritto, «concordano che è anche attraverso la pratica della contrattazione di secondo livello che può essere assicurata nel modo migliore la distribuzione degli orari di lavoro nell’arco della settimana, del mese, dell’anno, in risposta alle esigenze dei mercati, adeguando – nel rispetto della normativa di legge – la durata media e massima degli orari di lavoro alle differenti esigenze produttive» e poi, certamente, «conciliandole con il
rispetto dei diritti e delle esigenze delle persone». Una chiave di volta che parla molto oltre il raggio d’azione del testo in questione, diciamo? E poi, come già accennato, certe questioni di merito: come l’introduzione di «forme di welfare aziendale, anche incentivate, rese anche per il
tramite degli enti bilaterali». La qual cosa introduce al vasto mondo dei desideri sacconiani, e non solo, sul welfare della sussidiarietà come panacea italiana, in salsa aziendalizzata (e sotto-concertata).
Infine, resterebbe un particolare: e il fatto che oltre il 40 per cento degli impieghi sono ormai atipici? E che lo sono 4 su 5 delle nuove assunzioni nel biennio della crisi? E che in quasi nessuno di questi casi c’è anche solo una copertura della maternità? Magari, pure a questo provvederà il «welfare aziendale»…
A. D’A. L.
09/03/2011
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





