Riflessioni controcorrente: stress lavoro correlato, sintomo di lavoro malato ?

E’ da diversi mesi che si assiste ad un grande fervore d’iniziative, seminari, presentazioni di ricerche sul tema dello stress lavoro correlato.

Da una parte questa animazione sulla tematica è da attribuirsi alle aspettative professionali di psicologi, consulenti esperti d’organizzazione, medici  competenti: qualche possibilità di businees in tempi di crisi non guasta. Dall’altra c’è l’esigenza , abbastanza “tiepida”, di  adempiere agli obblighi del d.lgs 81/08 e s.m. da parte delle imprese per “mettere a posto le carte..”.

Vi è da interrogarsi se questa ampia agitazione sullo  “stress lavoro correlato” corrisponda ad una domanda reale o se non sia invece una “costruzione” sostitutiva di una rappresentazione più impegnativa  e drammatica della realtà.

In altre parole è verosimile affermare che  lo “stress” è  l’effetto collaterale di un lavoro e di una organizzazione sociale del lavoro  malata di deregulation, decontrattualizzata,  che richiede troppo spesso  performances non sostenibili a lungo dalle persone che lavorano  in un mercato del lavoro peraltro  in crisi ?

 Abbiamo visto in questi mesi  che molti consulenti, psicologi o medici competenti,   partono  dalla ricerca del lavoratore o della lavoratrice stressata con qualcuno dei numerosi questionari per misurarne lo stress e il coping.  E’ questo il percorso corretto  per predisporre iniziative di prevenzione dello stress  senza che vi  sia un’analisi della organizzazione del lavoro, delle criticità e dei vincoli  di situazioni  di organizzazione aziendale che sono state “progettate” senza tenere conto della sostenibilità per i lavoratori ?

La ricerca del lavoratore stressato  soddisfa, forse,  a mio parere,  un adempimento formale per quanto attiene il completamento del DVR, nei fatti non aggiunge un milligrammo di salute in più  poichè  non interviene sul modello di organizzazione del lavoro e sulla cultura sociale del lavoro di quest’epoca.

La consegna del DVR con la “classificazione dei livelli e delle concentrazioni di stress” al datore di lavoro, assai spesso,  fa scattare nella testa del  medesimo datore di lavoro ( o chi per lui) l’idea di liberarsi dei soggetti che non sopportano, che non sono adatti alla organizzazione del lavoro e alle performances della sua azienda.

Il futuro per l’azienda competitiva sta nella scelta di lavoratori particolarmente resistenti allo stress e alla fatica nervosa… ?  Questa è un’idea purtroppo corrente negli ambienti datoriali.

Potrebbe sembrare un’idea balzana e rétro, ma non è così:  per una certa  cultura funzionalista e “postmoderna”  il valore  d’uso dei dati provenienti dalle valutazioni del rischio “stress lavoro correlato” sarà pieno quando ad ogni tipologia di organizzazione aziendale corrisponderà un profilo psicoattitudinale resistente allo stress  sul quale basare la selezione del proprio personale. 

Belli , alti , biondi  e… resistenti allo stress, il prototipo del lavoratore perfetto… La trasposizione dei fini  che piega a fini di selezione aziendale del personale  la valutazione del rischio stress lavoro correlato  è tanto più frequente nelle situazioni di crisi e di scarso controllo “sociale” da parte dei lavoratori su queste iniziative.

Perchè ci  preoccupa questa fiammata di entusiasmo e di attenzione rispetto alla questione dello stress lavoro correlato?

Ci preoccupa il fatto che questo fervore d’iniziative avvenga senza che sia maturata la possibilità e capacità di gran parte  dei lavoratori di contrattare migliori condizioni di lavoro per riprendere almeno in parte il governo del tempo e della qualità e quantità della prestazione lavorativa.

Precarieta’ del lavoro, aumento dei carichi e dei ritmi, elevate pressioni gerarchiche, violenze e molestie di natura psicologica, scarso equilibrio tra lavoro e vita privata. Sono alcune delle cause principali che provocano lo stress da lavoro : nel nostro paese riguarda circa 4 milioni di persone e  in Europa colpisce piu’ di 40 milioni di cittadini, ovvero il 22% della forza lavoro Ue.

Questi fenomeni  sono  “esplosi” allorquando è diminuito il potere dei lavoratori nel contrattare le proprie condizioni di lavoro, dal salario ai tempi di lavoro  ai riconoscimenti professionali…

L’allarme sociale che le autorità europee hanno prima rivolto verso il fenomeno dei disturbi muscolo scheletrici viene ora lanciato per lo stress lavoro correlato: sia il dilagare in forma di epidemia dei disturbi muscolo scheletrici sia l’espansione del fenomeno dello  stress  rappresentano le due facce di una stessa medaglia, quella della debole capacità dei lavoratori di coalizzarsi nei luoghi di lavoro per contrattare condizioni di lavoro sostenibili.

L’unico sbocco della campagna sullo stress lavoro correlato  dell’Agenzia europea per la salute e sicurezza nel lavoro è fondato sulle decisioni unilaterali  da parte delle aziende di adottare buone pratiche per mitigare e/o prevenire lo stress.

Immaginare che sia la piccola e media azienda a provvedere con azioni unilaterali ad interventi di miglioramento della propria organizzazione del lavoro al fine di mitigare lo stress dei lavoratori e delle lavoratrici  rappresenta, a mio parere, un immotivato eccesso di ottimismo.

In molti casi, nelle piccole imprese, i titolari e i dirigenti vivono condizioni di stress, in ragione della crisi, che sono pari a quelle dei lavoratori, sono parte del problema e non della soluzione..

Il percorso , a mio parere, è molto più complesso e difficile:

- I lavoratori e le lavoratrici che vivono esperienze di  stress, hanno grandi difficoltà a prendersi cura di sè e dei propri interessi. La “fatica nervosa” cronica assorbe  molte, troppe energie per potere sopravvivere nel quotidiano. I lavoratori “stressati” fanno molta più fatica a partecipare ad iniziative che promuovano il cambiamento. Il primo livello d’azione riguarda quindi la necessità, opportunità di costruire “luoghi e momenti” ove i lavoratori possano “ricomporre” un punto di vista autonomo sulle proprie condizioni di lavoro e sulle modalità per superarli. E’ necessario e opportuno che venga loro spiegato il significato di questa campagna nella quale sono coinvolti: a volte stupisce la rozzezza relazionale con la quale professionisti, psicologi e medici competenti  propinano questionari  senza spiegare in modo chiaro finalità , percorsi  di queste iniziative.

Le OO.SS di categoria possono agevolare un  percorso di “riconsegna” nelle mani dei lavoratori della possibilità di “prendersi cura di sè” come persone e come collettività con l’azione contrattuale, esigendo il rispetto delle persone, la riservatezza di dati delicati, l’utilizzo corretto di queste informazioni.

Cosa fare?  Alcune proposte per avviare una ripresa dell’iniziativa sindacale per il miglioramento delle condizioni di lavoro:

- A livello territoriale  occorre definire, per una governance della promozione della salute mentale della popolazione,  “la mappa” delle situazioni, luoghi di lavoro privati e pubblici,  a maggior rischio di stress lavoro correlato & sociale. In tal modo sarà possibile una presenza attiva del sindacato  nel definire priorità e iniziative per sviluppare la contrattazione di  condizioni di lavoro sostenibili…

- Occorre, come sindacato,  promuovere una nuova e più adeguata capacità di contrattare da parte dei lavoratori le proprie condizioni di lavoro  facendo in modo che siano i lavoratori  ad essere un soggetto attivo sia nel percorso di valutazione sia in quello della gestione del rischio stress lavoro correlato….

Questo è per davvero il compito più difficile e stressante  da assumere nei prossimi mesi .

Gino Rubini

editor www.diario-prevenzione.it

30 marzo 2010

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute