
Referendum real ya
Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la filosofia, e forse è vero, come diceva José Martì, che «hay sobre la tierra màs flores que serpientes». Chissà. Raccontare i fiori e i serpenti e perfino contarli, se necessario, guardare e spiegarsi le cose, sono esercizi complicati che necessitano il possesso – l’affannosa ricerca, almeno – di libertà e conoscenza, e prima ancora di pensiero, e infine possibilità di parola.
Il blogger Gabriele Del Grande ha scritto lunedì 23 maggio, in un articolo che noi abbiamo riproposto, che negli ultimi cinque mesi nel Mediterraneo sono morti almeno 1510 migranti. Ha raccontato che non può averli uccisi tutti il mare, e che questi migranti fanno parte della strategia del regime libico di lanciare «bombe umane» contro l’Occidente; perché la guerra delle democrazie contro Gheddafi [e viceversa] è diventata presto molto, molto più sporca di come [non] ce la raccontano. Mai, negli ultimi venti anni, il numero di morti nella traversata dall’Africa all’Europa è stato così alto. Il silenzio su questi cadaveri, invece, è sempre lo stesso. Media e governi sono distratti e soprattutto aspettano un cadavere solo, quello di Gheddafi. Sognano una bella «Situation room». Questi 300 morti al mese non interessano perché sono difficili da spiegare, e poi nessuno li vede. Solo i superstiti, i clandestini, ne porteranno il ricordo. Gli immigrati morti contano solo se si vengono a schiantare sugli scogli di Lampedusa, ma poco.
E intanto l’Istat disegna un quadro di cui nessuno ormai si stupisce. La notizia è proprio che nessuno se ne stupisca. Né i disoccupati, giovani o anziani che siano, né le loro «famiglie-welfare». Tutti sanno, e vivono sulla propria pelle, come una famiglia su quattro sperimenti la povertà, ma non sembra un problema. Il problema – si sa- è che la vittoria di Pisapia farebbe felice Al Qaeda e che due ministeri devono andare a Milano, secondo quel buffo ragionamento che dice che il federalismo si fa spostando i ministeri [l’avessimo saputo prima che era così facile togliersi la Lega dalle palle] oppure, come ha spiegato Brunetta, che la precarietà si sconfigge eliminando l’articolo 18.
D’altronde siamo quasi abituati, e sappiamo che il berlusconismo si basa su alcune regole, e una delle più importanti è che la realtà supera l’immaginazione e al tempo stesso non conta nulla. Perché il buon senso non governa le azioni del potere berlusconiano, e non le guida il bene comune. Così si spiega il silenzio sul disastro di Fukushima e un governo che mette la fiducia su un pacchetto di provvedimenti tra cui quello di impedire un referendum popolare già previsto, approvato dalla Corte costituzionale e finanziato.
Gli spagnoli, nelle loro belle piazze, vogliono «democrazia real ya». Noi ci dobbiamo fermare un passo prima, perché perfino il tema della democrazia è in questo quadro fastidiosamente stretto dal dibattito tra primarie di partito e rispetto delle istituzioni – e quello che conta resta fuori. D’altronde Zapatero ha commentato la sconfitta dicendo «me ne assumo la responsabilità e la capisco», non ha mica detto di aver pareggiato, né se lo sarebbe sognato mai.
Sarebbe già importante restituire il suo senso alla parola referendum, istituzione democratica degna e giusta soprattutto quando, come in questo caso, è stata ottenuta con una mobilitazione diffusa, portentosa e dal basso. Lo stanno facendo, da lunedì, i cittadini in presidio sotto Montecitorio. Non è un compito minore, soprattutto perché la paura di Berlusconi e dei suoi è evidente e concretissima, reale come un fiore e un serpente e una cosa qualunque in cielo e in terra.
24/05/2011
fonte: blog.libero.it/lavoroesalute





