Miracoli da referendum

 

Miracoli da referendum. Istant-miracoli. Il dato tutto intero non c’è ancora (sebbene ormai sicuro, oltre oltre il 50 più uno) e Di Pietro – miracolo numero uno – è già cambiato, dalla testa ai piedi, quanto mutato ab illo. Da poliziotto cattivo si è d’acchito trasformato in poliziotto buono, lo rileva non senza malizia Cazzullo nella lunga diretta della Sette. Macché voto contro il governo, quando mai; Di Pietro d’incanto non è più mangiafuoco, ora è un agnello e mite indulge, «basta odio, basta berlusconismo d’antan fine a se stesso; è tempo di buoni propositi, di un programma di vera alternativa», centrosinistra-centro, con lui medesimo, Di Pietro, come signore e motore (del governo prossimo venturo). Dal momento «che siamo stati i primi, noi dell’Idv», a crederci, nel referendum; e a spendercisi così tanto, nel referendum, «noi dell’Idv».

Miracolo numero due. Bersani ne ha detta finalmente una davvero buona. Ha battezzato il 12-13 giugno il «referendum sul divorzio», esattamente come quello del 1974: allora è “saltato il tappo” (Fanfani), oggi è stato «sancito il divorzio tra il governo e il Paese».

Miracolo numero tre. Berlusconi, reduce dai suoi (strani) incontri internazionali, entra «velocemente» a Palazzo Grazioli e «velocemente» si infila nelle sue stanze, né si vede né si sente (e già sono le cinque della sera).

Miracolo numero quattro. Vittorio Feltri non ne spara nemmeno una, ha un’aria fané, stropicciata – che peraltro gli dona molto – quando si trova a dire, ma no, non è stato un voto pro o contro il governo, «solo un voto su cose molto suggestive» (suggestive davvero…).

Miracolo numero cinque. Gli ex-voto sono diventati voti! Dalla domenica al lunedì, incredibile. Lo fa notare con vivo piacere Marco Travaglio: dati alla mano, il referendum, toh, è riuscito a riportare alle urne almeno un buon trenta per cento di “elettori perduti”, quelli che mai più a votare.

Il sesto miracolo non c’è, al suo posto appare una visione realistica e paurosa, quella di Calderoli: «Dopo la prima sberla, ci arriva la seconda, non vorrei che ci fosse l’abitudine a prendere sberle».

(E comunque, è matematico, dopo il due viene il tre).

mrc

14/06/2011

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute