Libertà di stampa Troppa?

Sì, per loro

 

Le ultimissime sulla “libertà di stampa” in Italia arrivano dall’azienda-partito-governo (quello che è rimasto della “sinistra” parlamentare balbetta anche in materia, affaccendata com’è ad occuparsi del proprio, interminabile disorientamento). E’ di martedì la dichiarazione del n.1 dell’informazione, degli affari, della politica e dell’amministrazione pubblica italiana, al secolo Silvio Berlusconi, appena ferito dal caso-Scajola (costretto alle dimissioni da una forte e sacrosanta campagna di stampa): “Ora credo che se c’è una cosa in Italia sotto gli occhi di tutti e su cui c’è sicurezza, è che abbiamo fin troppa libertà di stampa”.

Ed è di mercoledì la “notizia” che il senatore del Pdl e imprenditore Giuseppe Ciarrapico è stato indagato dalla procura di Roma per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche. In realtà la notizia è più esattamente un’altra: la decisione della magistratura, a seguito di una indagine ampiamente nota sin dal 2007, di sequestrare beni per 20 milioni di euro all’intramontabile brasseur d’affaires andreottiano, ufficialmente “nullatenente”, che avrebbe incamerato illegalmente contributi statali per l’editoria attraverso due diverse e finte cooperative, in realtà una sola società nella sua piena, personale ed esclusiva disponibilità.

E’ di giovedì infine la solidarietà della Federazione della Stampa al vicedirettore del Giornale di famiglia, Alessandro Salustri, per essere stato invitato bellamente ad andare “a farsi fottere” da Massimo D’Alema durante l’ultima puntata di Ballarò. Una secca perdita di controllo di fronte non ad un momento di libertà di stampa ma ad un’azione provocatoria mirata, ad opera di un giornalista stipendiato e selezionato dai Berlusconi per far perdere le staffe in tv ai “nemici” della famiglia e dei famigli.

A mettere insieme le tre notizie si potrebbe ricavare un fermo-immagine abbastanza esemplare della stratificazione di anomalie che costituiscono il “caso Italia”. Qui c’è tanta “libertà di stampa” che persino un vecchio democristiano pre e post-Tangentopoli come il Ciarra (e come lo Scajola, del resto) può mettere in piedi, a spese dello Stato e in base a leggi, normative e apparati concepitio proprio per favorire gli “amici degli amici” di turno, un piccolo impero di carta stampata, nel caso una serie di piccole testate quotidiane laziali e abruzzesi. E usarlo non solo per i propri affari – e per premere ad esempio sulle Regioni e ricavarne ulteriori risorse pubbliche sotto forma di convenzioni ed altro – ma persino per mettere sotto pressione assessori e politici del proprio partito e per appoggiare disinvoltamente, come nel caso dei giornali del Ciarra, anche assessori e politici del fronte avverso, se “aperti” e”generosi”. Salvo avere il potere di farsi nominare senatore dal Berlusca in persona.

C’è tanta “libertà di stampa” per cui i giornalisti al soldo della famiglia Berlusconi, che fanno un giornalismo squadristico che colpisce quotidianamente i nemici e gli alleati scomodi del boss (compresi le loro suocere e le loro mogli), possono andare in quanto giornalisti nei talk-show televisivi a fare in realtà i bravi, i provocatori, gli interditori al servizio del boss e delle sue cause più indifendibili, e poi in quanto giornalisti essere difesi dalla Federazione della Stampa.

A suo modo e dal suo punto di vista, si potrebbe anche dire che il Cavaliere ha ragione ad affermare che “abbiamo fin troppa libertà di stampa”: i giornali locali del Ciarra e quelli della catena del finanziere “democratico” Carlo De Benedetti, il Corriere della Sera del potentato bancario-finanziario milanese (con i suoi equilibri fra geronziani e governativi da un canto, e bazoliani e prodiani dall’altro) e l’aggressiva Repubblica delle campagne anti-Cavaliere, due testate d’assalto berlusconiane come Il Giornale e Libero ma anche Il Fatto dei “giustizialisti di sinistra”, per non parlare del confindustriale Sole-24 Ore diretto dal “democratico” Gianni Riotta e dell’ecumenico Avvenire, della catena “centrista” e anti-bipolista caltagironiana (Il Messaggero, Il Mattino, Quotidiano di Puglia, Corriere Adriatico, Il Gazzettino, Leggo…) e ben cinque testate di “sinistra” militante (l’Unità, il manifesto, Liberazione, Europa, Terra), l’arciberlusconiano Foglio e l’arcidalemiano Riformista…

Uno scenario che sembrerebbe dare ragione al Berlusca: uno scenario molto animato, anzi agitato, spesso spregiudicato (si pensi solo alla pubblicazione sempre più frequente, non si capisce ancora bene se sistematiche o “ad orologeria”, di atti giudiziari riservati e di intercettazioni telefoniche). Ma che in effetti dà ragione a chi con acuta semplicità ha osservato che, per essere informati, in Italia bisogna leggere almeno sei giornali.

Insomma, con le “mazzette” (non quelle elargine dalle cricche dei corruttori, ma quelle spesso costituite da una decina e più di giornali) gli uomini del Palazzo, Berlusca compreso, e i professionisti dell’informazione italiani sono in effetti fra i più informati al mondo. Non c’è un solo neo o una velina di Berlusconi che sfugga ai giornali di sinistra, non c’è nessuna barca o affitto privilegiato dei leaderini della sinistra (o contratto Rai para-familiare dei pdiellini dissidenti) che sfugga ai giornali della famiglia più ricca e potente d’Italia. Certo bisogna comprare più giornali – in uno dei paesi dove se ne vendono meno al mondo: 9 copie ogni 100 abitanti – e soprattutto bisogna conoscere la storia e le finanze che sono dietro questa o quella testata, il pedigree e l’integrità (o la subalternità, e a chi) di questa o quella firma…

Dunque, se con quell’”abbiamo fin troppa libertà di stampa” Berlusconi si riferisse a se stesso, ai suoi giornali e giornalisti, e anche ai giornali e ai giornalisti del fronte avverso, non gli si potrebbe dare torto. Altra cosa sarebbe poter dire che i cittadini italiani sono sufficientemente informati e che esistono in Italia – come in ogni altro paese democratico – le condizioni e i meccanismi che concorrono a formare una “opinione pubblica”. Questo, purtroppo, proprio non è vero. Del resto, lo stesso concetto di “libertà di stampa” si sovrappone automaticamente, anche nelle battaglie che spesso fa la categoria giornalistica, con la “libertà di opinione”, per definizione individuale. E perlopiù si parla di “opinione pubblica” a sproposito. Non si dà infatti opinione pubblica senza giornali liberi, senza un popolo che legga abitualmente giornali d’informazione. E qui non abbiamo la rete di giornali d’informazione locali esistenti per esempio negli Usa o in Germania. Non abbiamo una tradizione nazionale di giornalismo “non schierato” e non editorialistico. Non abbiamo editori che il cui core business sia l’editoria. Non abbiamo gli indici di lettura francesi o inglesi, per non parlare di quelli scandinavi o giapponesi. E notoriamente non abbiamo nemmeno un ampio pluralismo televisivo, né una tv pubblica alla Bbc. E si aggiungano a tutto questo un rapporto politici-elettori e un sistema elettorale che hanno quasi del tutto annichilito la possibilità del cittadino di determinare la formazione delle stesse assemblee istituzionali, per comprendere sino in fondo le ragioni di chi ritiene ormai centrale nel “caso italiano” il venir meno delle condizioni e deu meccanismi che concorrono alla libera formazione della opinione pubblica.

Con altre parole si potrebbe dire che – mentre altrove (persino negli Usa) il concetto di “libertà di stampa” sta ragionevolmente lasciando il posto, nelle aspettative e nelle rivendicazioni dei democratici più attenti e aggiornati, al diritto dei cittadini ad essere informati – qui esso è rimasto inchiodato alla sua concezione ottocentesca, di cui è figlio lo stesso Art.21 della nostra Costituzione. Da noi si fanno battaglie e si discetta della libertà di opinione (e di stampa) di Scalfari o di Feltri, di Travaglio o di Polito, della libertà di Belpietro e di Sallusti – scontando le differenze di personalità e di integrità – ma non del diritto degli italiani ad essere correttamente informati. E quindi del diritto di poter andare in edicola e trovare dei giornali che non siano di proprietà e sotto il controllo di Berlusconi o di De Benedetti o di Geronzi o di Caltagirone o degli Angelucci o di Ciarrapico, che con l’editoria giornalistica c’entrano come il cavolo a merenda, e che non siano fatti da soldati incasaccati e da squadristi col manganello e il pugno di ferro mediatici.

E’ chiaro che, con i cosiddetti “editori puri” (un Murdoch ad esempio) vi sarebbero altri problemi. Quelli, ad esempio, con i quali si stanno misurando negli Usa e in altri paesi europei, dove comincia ad emergere la convinzione che, accanto ad un giornalismo “commerciale”, ci debba essere – e questo, sì, andrebbe aiutato, anche con risorse pubbliche – il giornalismo “di qualità”, aggredito e ridotto ai minimi termini negli ultimi anni dalla prevalenza del fattore pubblicitario. Anzi, da questo punto di vista si comincia a definire il giornalismo in quanto tale (notizie, inchieste, approfondimenti, opinioni) un “bene pubblico” da salvaguardare e tutelare…

A noi, poveri italiani, ci tocca convivere con l’arcaico, ottocentesco groviglio giornali-politica-affari, sul quale quasi sempre ritroviamo a galleggiare il Grande Intellettuale o la Grande Firma che rivendica la propria autonomia, salvo metterla ubbidientemente a disposizione del Grande Affarista quando non di mirate operazioni squadristico-mediatiche, del Palazzinaro interessano ai piani regolatori o della Famiglia che gestisce un impero di cliniche private convenzionate…

Non solo. Da noi, convivono i vecchi vizi e i nuovi del giornalismo. Subalternità e cinismo, retorica e spregiudicatezza. Così, non abbiamo i “pescecani” alla Murdoch. Ma abbiamo i vecchi editori “non puri” che però stanno concentrando nelle proprie mani l’intero mercato informativo e pubblicitario, utilizzando le risorse del boom (e delle crisi) della finanza di carta ma soprattutto quelle ricavate dallo smantellamento dell’economia pubblica e della privatizzazione dei servizi. Più precisamente: abbiamo un potere economico-finanziario che ha ribaltato il rapporto storico con la politica: una volta erano gli affaristi a fare anticamera ai politici, ora sono questi a farla a quelli. E i giornali non sono più fatti dagli affaristi per metterli a disposizione dei politici: oggi essi controllano e gestiscono direttamente sia il potere politico sia quello mediatico (emblematica è ovviamente da questo punto di vista la vicenda di Berlusconi: prima, figlio della politica come imprenditore della comunicazione; oggi, fattosi direttamente politico e finanziere a tutto campo).

E’ stato calcolato che cinque soli gruppi (Rizzoli, Mondadori, Espresso, Sole-24 Ore e Caltagirone) detengono il 73% della stampa italiana, con un fatturato complessivo di cinque miliardi di euro.

E qui dovremmo completare il discorso con la televisione. Ma la situazione, notoriamente, non cambia. Anzi peggiora. Due soli gruppi, Rai e Mediaset, detengono l’83% degli ascolti, con un fatturato complessivo di sei milioni e mezzo di euro. Grazie al cielo la Rai è pubblica, ma si dà il caso che sia controllata dal padrone di Mediaset. E che del restante 17%, più di metà se lo è già pappato Sky. Sì, la tv di Murdoch, detto il Pescecane.

 

Beppe Lopez

08/05/2010

www.liberazione.it

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute