Medicine, business in pillole

 

Fate vita sana non ammalatevi. Così eviterete di incappare troppo spesso in medici e medicine, due eventualità una più “pericolosa” dell’altra. Perciò è quasi un kit di sopravvivenza questo libro di Paolo Cornaglia Ferraris – “La Casta bianca. Viaggio nei mali della sanità” , Mondadori, pag. 263, euro 16 – che ci mette in guardia: uomo avvisato mezzo salvato (nel caso in senso letterale…). Un libro di passione e disgusto, un pamphlet condotto all’arma bianca e che non fa prigionieri, sotto accusa è l’intero sistema sanitario italiano. Che, beninteso, «è un bene prezioso, ma si è ammalato». Di lottizzazione, aziendalizzazione, speculazione, logica di profitto. Detto in soldoni sanità anche come business. Macro-business.

Partiamo dai numeri. Il Ssn è un’enorme, portentosa macchina, che macina qualcosa come 13 milioni l’anno di ricoveri in ospedale, 79 milioni di giornate di degenza, 4 milioni e 700 mila interventi chirurgici. Tanto per fare un esempio, nella sola Roma, tre milioni di abitanti, nel 2007 sono state eseguite cinquecentomila risonanze magnetiche nucleari (in pratica una persona su sei, neonati inclusi). Quanto a medici, in Italia ne abbiamo ad abundantiam, siamo nella top ten, al sesto posto, distanziando Paesi come Stati Uniti, Germania, Francia e toccando il doppio rispetto all’Inghilterra (invece per quanto riguarda il numero di infermieri per mille abitanti, con poco più di 5, precipitiamo al quarantesimo posto, dietro Turkmenistan e Kazakhstan: è una delle magagne).

Appunto, questo gran Sistema sanitario pubblico è malato. Prendete ad esempio l’industria del farmaco. Medici, amministratori di ospedali e industria farmaceutica vivono gomito a gomito, a volte troppo, è «come la “danza del porcospino”, prima o poi ci si punge». Va da sé, «i medici hanno bisogno dell’industria per progredire, l’industria ha bisogno dei medici per vendere». Il corto circuito avviene in questi paraggi.

Il libro è chiaro fino alla spietatezza, purtroppo non ci lascia margini di dubbio. Intanto, si tratta di un giro di denaro enorme, in campo farmaceutico «gli investimenti garantiscono profitti giganteschi, secondi solo a quelli di chi compra e vende petrolio». La spinta al consumo è altrettanto gigantesca, pilotata da colossali mezzi di promozione orientati al grande pubblico e agli operatori sanitari. Ne esce – è scientificamente provato, anzi – che è l’industria farmaceutica a influenzare il comportamento di singoli medici, di gruppi e persino di istituzioni». Dicesi promozione commerciale, bellezza. «Si tratta di condizionamenti diretti, indiretti, evidenti, subdoli, comunque tutti studiati a tavolino per minare l’integrità e l’indipendenza della medicina a favore del fatturato».

“A favore del fatturato”: una frase minacciosa. E purtroppo rispondente al vero. Spiega l’autore: «I risultati di questa strategia sono tali per cui, per ogni dollaro investito in marketing, se ne ricava uno e mezzo. Tali effetti si ottengono “curando” i medici e inducendoli a prescrivere». Impresa che riesce con grande successo, visto il dilagare del metodo “ricetta facile”, delle prescrizioni che si moltiplicano come i pani e i pesci. Già, “curarti sempre, guarirti mai”. Insomma, tra medici, ospedali e industria farmaceutica ci corre un bel conflitto di interessi (e in mezzo purtroppo ci siamo noi, i cosiddetti pazienti, “pz” nelle cartelle cliniche ospedaliere).

A prova provata dell’accusa lanciata, a pag. 52 è pubblicata una tabella che fa rizzare i capelli, riguardante i costi di promozione e quelli di ricerca e sviluppo delle maggiori industrie farmaceutiche (Pfizer, Glaxo, La Roche, Squibb, ecc): dalla quale si evince che i primi – promozione, pubblicità – sono oltre il doppio dei secondi. Il paziente, pz, è servito.

Per la logica del massimo profitto, il processo di approvazione dei farmaci (necessario per ottenere la licenza di vendita), si è andato restringendo, passando dai 27 ai 15 mesi, a scapito della sicurezza (ultimo clamoroso scandalo quello del Viox, ritirato dopo cinque morti per infarto). Sempre per la logica del massimo profitto, la prima regola per le case farmaceutiche è di avere un mercato sicuro per ogni farmaco inventato. «In altre parole deve esistere un numero di consumatori sufficiente in Paesi capaci di pagare (inutile inventare un antimalarico o un antitubercolare, per esempio, perché i malati ci sarebbero e anche tanti, ma sono poveri e pagano poco)».

La seconda regola è che il farmaco «deve essere in grado di produrre guadagni entro i vent’anni in cui le leggi sui brevetti concedono l’esclusiva, perché per tutto quel periodo si può fare il prezzo che si vuole». Elementare, devono essere vent’anni di grande consumo, forza medici, sotto a prescrivere.

La terza regola è la “strategia antigenerici”, e le major farmaceutiche sono straordinarie nell’inventarne sempre di nuove e fantasiose; perché, sapete, tenere i generici (che costano molto, molto meno) fuori dal mercato, «ha un valore notevole», in termini del famoso fatturato.

La pubblicità è l’anima delle medicine. E la pubblicità viene pagata dal Ssn e da chi compra. Infatti, «il prezzo del prodotto finale aumenta in ragione del costo pubblicitario. Lo stipendio dell’omino con la borsa (l’informatore medico-scientifico), pertanto lo pagate voi (cioè noi, ndr), direttamente o tramite il servizio pubblico. Nel prezzo sono compresi le vacanze gratuite dei medici, i loro regalini, il benessere economico dei farmacisti e quello, ovviamente, dei produttori».

Il meccanismo è perverso e pericoloso, e il perfido Cornaglia Ferraris ci mette sull’avviso. Attenzione, si registra «la scomparsa dei sani». L’espediente si chiama “abbassamento del confine del rischio”, grazie al quale persone sane diventano a rischio, così si possono vendere loro i farmaci anche quando non servono (per esempio per controllare la pressione, che non è da controllare affatto). L’espediente grazie al quale aumenta il numero dei pazienti da trattare e, con esso, il numero di pillole vendute, esami eseguiti, visite mediche, controllo radiologici, ecc. «Si fabbrica un numero enorme di sani che consumano come malati», e questo «dissangua le Asl, gonfia le liste d’attesa, medicalizza anche lo starnuto». Ma fa tanto, tantissimo cash.

Dicesi medicina-mercato.

 

Maria R. Calderoni

Liberazione

fonte: blog.libero.it/lavoroesalute